Dal Torino Film Festival un afterlife movie luminoso su lutto, memoria e amore senza tempo
Presentato fuori concorso come film d’apertura della 43ª edizione del Torino Film Festival, Eternity di David Freyne arriva in Italia già circondato da un’aura speciale. Una commedia romantica fantasy prodotta da A24, costruita intorno a un’idea semplicissima e devastante. Dopo la morte, ogni anima ha una settimana di tempo per decidere dove – e soprattutto con chi – trascorrere il resto dell’eternità. Joan, interpretata da Elizabeth Olsen, deve scegliere tra Larry, il marito con cui ha condiviso decenni di vita, e Luke, il primo amore morto in guerra e rimasto ad aspettarla per sessantasette anni in un aldilà che sembra un grande terminal ferroviario dei sentimenti.
Ne viene fuori un film che fonde umorismo, malinconia, metafisica pop e romanticismo assoluto. Non un “giocattolo” concettuale, ma un’opera capace di parlare con leggerezza di lutto, rimpianto, seconde possibilità e amore condiviso, fino a toccare quella zona rarissima in cui la commedia diventa consolazione.

Un aldilà che somiglia alle nostre scelte
L’idea di Freyne è di immaginare l’aldilà non come un Paradiso astratto, ma come un “Junction Hotel”. Un’area di passaggio. Un luogo dove si arriva in treno, si fa il check-in, si incontrano “afterlife coordinator” sorridenti e si sfogliano cataloghi di eternità possibili. Il Beach World, Resort mare e monti, mondi a tema. Parchi infiniti in cui continuare a esistere come ospiti di un resort senza fine.
Questo mondo è messo in scena con un’estetica brillante e colorata. Il mondo straordinario è ricco di neon morbidi, corridoi d’albergo, sale conferenza e desk informativi. Luoghi che ricordano fiere del turismo e convention aziendali. L’effetto è straniante e, allo stesso tempo, profondamente umano. L’aldilà assomiglia ai luoghi in cui, da vivi, passiamo il tempo a scegliere vacanze, piani tariffari, offerte personalizzate.
Ciò che colpisce, però, è la coerenza emotiva di questa scelta visiva. In Eternity la morte non azzera i desideri, li organizza. Non annulla la biografia, la mette in fila, come in un catalogo. E il film suggerisce con grande delicatezza che ciò che siamo stati in vita continua a condizionarci anche “dopo”. Ritroviamo le paure, le abitudini, i compromessi, ma anche la capacità di cambiare, tardivamente e miracolosamente.
Lutto e passato: scegliere chi siamo stati, non solo chi amiamo
Al centro del film c’è Joan, che muore poco dopo il marito Larry.. Si ritrova improvvisamente ringiovanita nell’età in cui è stata più felice. Lì la aspetta proprio Larry, interpretato da Miles Teller, altrettanto ringiovanito. La loro dinamica è quella di una coppia che ha attraversato tutto. Dai piccoli battibecchi alla complicità sedimentata, una quotidianità fatta di gesti ripetuti ma pieni di affetto.
Tuttavia, l’aldilà le riserva una sorpresa. In quel luogo sospeso riappare Luke (Callum Turner), il primo marito morto in guerra. Il trauma originario che l’ha spaccata a vent’anni e che ha segnato il resto della sua vita. Luke non è un fantasma figurato. È un uomo reale, che ha scelto di lavorare all’interno del sistema dell’aldilà pur di restare lì, ad aspettarla. Per sessantasette anni il suo lutto è stato l’attesa dell’altro.
È qui che Eternity diventa un film potentissimo sul passato che non passa. Il lutto non è più solo dolore, ma un modo di abitare il tempo. Joan è rimasta legata a Luke nell’immaginazione, mentre ha costruito con Larry un amore diverso, concreto. Un amore fatto di domeniche, figli, nipoti, malattie, compleanni, crisi e riconciliazioni. Quando li ritrova entrambi davanti, capisce il dilemma atroce che dovrà affrontare. La “futura eternità” non è solo una questione di cuore, ma una domanda vertiginosa. Vuole essere ricordata – e ricordarsi sé – come la ragazza che ha perso il suo grande amore, o come la donna che ha amato davvero qualcuno per tutta la vita?
Il film prende sul serio questa domanda. Non scherza sul lutto, lo attraversa con un sorriso che non è mai superficiale. Le battute alleggeriscono, ma non cancellano la ferita; al contrario, la mettono più a fuoco.
L’amore incondizionato come patto condiviso
Uno dei meriti più grandi di Eternity è il modo in cui rifiuta la logica del “team Larry” contro “team Luke”. Sarebbe stato facile trasformare il film in un referendum romantico, chiamando il pubblico a scegliere quale uomo “meriti” Joan. Invece Freyne compie una scelta coraggiosa: non mette in competizione le forme d’amore, le mette in relazione.
Con Larry, Joan ha vissuto la costruzione paziente dell’amore quotidiano: non l’innamoramento abbagliante, ma l’amore condiviso, incondizionato, fatto di cura reciproca quando il corpo cede, quando la memoria traballa, quando la famiglia si allarga e si complica. Con Luke, invece, ha conosciuto l’amore spezzato, quello che non ha avuto il tempo di diventare ordinario e che, proprio per questo, resta sospeso in uno stato di perfezione immaginaria.
Il film restituisce con grande lucidità la differenza tra queste due forze: l’amore che idealizza e l’amore che resiste. Non ne condanna nessuno. Ma riconosce che l’eternità, alla fine, non cambia le regole del gioco. Ciò che fa davvero la differenza è la disponibilità a restare, a esserci, a condividere il peso del tempo insieme.
In questo senso, Eternity è una dichiarazione potente sull’amore incondizionato. Non è quello che non sbaglia mai, ma quello che accetta di portare con sé gli errori, i rimpianti, i “se” e i “ma”. È l’amore che non si limita a dire “per sempre”, ma ogni giorno decide di rinnovare quel “per sempre”, persino quando il corpo non regge più e quando la vita finisce.
Elizabeth Olsen e Miles Teller: un’elegia a due voci
Sul piano delle interpretazioni, il film vive soprattutto sulle spalle di Elizabeth Olsen e Miles Teller, entrambi in stato di grazia. Olsen costruisce una Joan stratificata, piena di micro-reazioni, di piccoli tremiti, di malinconie improvvise. Il suo volto passa in un attimo dal sorriso alla vertigine, dalla nostalgia alla sorpresa. Il film poggia continuamente sul suo sguardo: è tramite lei che l’aldilà ci appare credibile, persino familiare.
Teller, dal canto suo, incarna Larry con una tenerezza disarmante. Il suo personaggio potrebbe facilmente scivolare nella figura del marito “bravo ma noioso”. Potrebbe, ma invece diventa l’emblema di quell’“ordinary love” che l’attore ha dichiarato di avere come riferimento. Ciò lo porta a ispirarsi agli uomini affettivamente affidabili della propria famiglia. Si percepisce in ogni gesto una devozione quieta, una gentilezza che non chiede nulla in cambio.
A completare il triangolo c’è Callum Turner, che dona a Luke il fascino sospeso del grande amore interrotto: non solo un rivale, ma un uomo rimasto prigioniero della propria giovinezza, incapace di andare oltre perché tutto il suo futuro si è concentrato in un singolo punto di attesa. Attorno a loro, le interpretazioni di Da’Vine Joy Randolph e John Early nei panni dei “coordinator” dell’aldilà portano una vena di humour contemporaneo, queer e accogliente, che rende l’insieme ancora più caldo e inclusivo.
Una regia che consola, più che giudicare
Dal punto di vista registico, Freyne trova un equilibrio molto raro. Da un lato costruisce un mondo ultraterreno codificato, con regole precise, luoghi riconoscibili. Un immaginario che riecheggia il cinema degli anni Novanta, da Ghost a What Dreams May Come. Il tutto filtrato attraverso la sensibilità contemporanea e vincente di A24. Dall’altro lato, mantiene la macchina da presa sempre vicina ai volti, ai corpi, alle esitazioni dei personaggi.
Non c’è mai compiacimento nel world-building: la costruzione dell’aldilà serve a raccontare meglio i sentimenti, non a rubare la scena. In più, il film ha il coraggio di rallentare nei momenti chiave. Lasciando che una conversazione seduta, un silenzio condiviso abbiano lo stesso peso di un colpo di scena.
È una regia che abbraccia, non giudica. Che non deride mai i suoi personaggi, nemmeno quando sono ridicoli nella loro incapacità di scegliere. E questa empatia, scena dopo scena, si trasferisce sullo spettatore, che finisce per sentirsi parte di quel limbo, quasi ospite a sua volta del Junction Hotel.
Vivere bene, per poi saper lasciare andare
Sotto la superficie rom-com e la brillantezza dei dialoghi, Eternity è soprattutto un film sull’elaborazione del lutto. L’idea che dopo la morte ci venga concessa una settimana per decidere dove e con chi restare è, in fondo, un modo poetico per dirci che abbiamo tutta la vita, prima, per scegliere come amare.
Freyne lo ha detto chiaramente: raccontare l’aldilà lo ha costretto a riflettere sul valore del presente, sulla brevità di ogni esistenza e sulla necessità di renderla piena finché siamo qui.
Il film diventa quindi quasi un promemoria gentile: non rimandare le parole importanti, non dare per scontate le persone a cui tieni, non aspettare un “aldilà” immaginario per fare pace con il passato. L’idea stessa di eternità, così, smette di essere un concetto astratto e diventa una qualità dell’intensità con cui viviamo il tempo limitato che abbiamo.
In ultima analisi, Joan non sta scegliendo solo tra due uomini; sta decidendo come raccontare la propria vita a se stessa. E questa è forse la scelta più universale che il film possa mettere in scena.
Conclusione: un’eterna carezza allo spettatore
Eternity è una rara combinazione di leggerezza e profondità. È un film che fa ridere, fa piangere, fa pensare senza mai diventare pesante. Soprattutto, è un’opera che offre una forma di conforto laico: non impone una visione religiosa dell’aldilà, ma invita a credere nella persistenza dei legami, nella possibilità che l’amore – quello vero, condiviso, imperfetto – lasci un’impronta che va oltre la fine biologica.
Per chi ha vissuto un lutto, per chi porta dentro un “e se…” mai risolto, Eternity può diventare uno di quei film a cui tornare nei momenti difficili. Un’opera da rivedere sapendo già come va a finire, ma desiderando, ogni volta, di camminare ancora un po’ con Joan, Larry e Luke nei corridoi di quel hotel di passaggio, dove la morte è solo il punto da cui si comincia a guardare davvero alla vita.
È, in definitiva, una delle rom-com più emozionanti e luminose degli ultimi anni. Un film che non ha paura di pronunciare quella parola enorme, “per sempre”, e che allo stesso tempo ci ricorda che la vera eternità inizia molto prima di morire: nel modo in cui scegliamo di amarci adesso.


