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  • Dry Leaf di Alexandre Koberidze: tre ore di nebbia lo-fi

L’aura del festival e l’inganno del riconoscimento

Il Locarno Film Festival 2025 ha visto sfilare in concorso Dry Leaf di Alexandre Koberidze, opera che fin dall’annuncio ha diviso e che alla fine ha ricevuto una menzione speciale. In molti hanno salutato questo riconoscimento come il segno della radicalità e del coraggio di un autore che già in passato aveva mostrato la propria volontà di spingersi oltre i confini del racconto tradizionale. Eppure, proprio qui sta l’inganno. Non basta dichiarare un intento per trasformarlo in cinema. Non basta evocare un’estetica lo-fi per generare automaticamente poesia. In questo senso, la menzione ottenuta a Locarno dice più del bisogno del festival di premiare opere che appaiono avanguardistiche, che non della reale riuscita del film.

Una trama che evapora e un MacGuffin senza peso

La premessa narrativa di Dry Leaf potrebbe sembrare promettente. Lisa, una fotografa, scompare mentre documenta i campetti di calcio rurali della Georgia. Suo padre, Irakli, intraprende un viaggio per cercarla, accompagnato da Levani, un amico invisibile. Potrebbe esserci la tensione del mistero, il potenziale del non detto, persino l’apertura a un discorso sul soprannaturale. Invece, il racconto evapora subito. Il film non racconta la scomparsa, ma la usa come fragile pretesto. Non a caso Filmmaker Magazine ha parlato di “trama esile fino all’irrilevanza”, riconoscendo che la vera esperienza è “chimica”, fatta di colore e grana piuttosto che di intreccio. Ma se il racconto è ridotto a un puro MacGuffin, se tutto diventa pretesto, nulla rimane in gioco. La ricerca del padre non evolve, non accumula senso, non conduce da nessuna parte.

L’illusione estetica della low-res

A complicare le cose c’è la scelta estetica che più ha fatto discutere: quella di girare con un vecchio telefono cellulare, un Sony Ericsson W595. Koberidze spiega che la decisione nasce dal desiderio di liberare l’immagine dall’ossessione contemporanea per l’ultra-HD, di ritrovare un linguaggio povero capace di evocare memoria e assenza. In teoria, un’intuizione che potrebbe avere un fascino. Nella pratica, l’effetto è devastante. Per tre ore lo spettatore si ritrova davanti a immagini sfocate, pixellate, appannate. Se la low-res avesse aperto davvero a una percezione nuova, potrei accettare l’azzardo. Ma qui non accade: il risultato è soltanto un filtro che ottunde lo sguardo e copre la mancanza di visione. OutNow ha scritto che si tratta di “immagini volutamente pessime e pixellate”, ammettendo che per tre ore la cosa diventa un’imposizione visiva, anche se alla fine difende l’operazione come “perla da festival”. Io non ci vedo una perla, ma una scorciatoia. È come applicare un filtro Instagram e trascinarlo all’infinito: all’inizio incuriosisce, dopo mezz’ora stanca, dopo due ore diventa insopportabile.

La lentezza sterile e il peso della noia

Anche il ritmo è stato motivo di divisione. I difensori parlano di poesia ipnotica e di un invito a rallentare. Cineuropa descrive il film come un’occasione per “trovare piacere nelle cose più semplici”, pur ammettendo che le tre ore remano contro lo spettatore abituato a stimoli costanti. Io invece non ci trovo poesia ma soltanto inerzia. Non è un film lento, è un film immobile. Ogni sequenza si trascina oltre il necessario, ogni camminata diventa un esercizio di pazienza, ogni pausa un vuoto che non si riempie mai di senso. La lentezza di grandi film serve a creare tensione interiore o a dare respiro a un mondo che cresce davanti ai nostri occhi. Qui la lentezza è sterile, anestetizza anziché aprire. È noia travestita da contemplazione.

Le porte vuote: da metafora poetica a tic ossessivo

Un capitolo a parte meritano le celebri porte vuote dei campetti di calcio. Lisa li stava fotografando prima di scomparire e il film ci immerge a lungo in questi spazi. Sentieri Selvaggi ha visto in quelle porte senza rete dei veri e propri riquadri del tempo, simboli di un’assenza che si fa immagine. L’idea è suggestiva, lo riconosco. Ma ripetuta ossessivamente perde forza e diventa un tic visivo. Ogni nuovo campo non aggiunge nulla al precedente, lo ribadisce soltanto. La metafora che poteva avere una potenza evocativa viene martellata fino a logorarsi. Non vediamo più campi da calcio, vediamo un regista che non riesce a smettere di ribadire il proprio concetto.

Invisibilità e filosofia da brochure

La stessa sorte tocca all’invisibilità di Levani. In teoria, l’introduzione di un amico invisibile aprirebbe a riflessioni profonde sull’assenza, sullo sguardo, sul non visto. Ma ancora una volta tutto resta enunciato, mai incarnato. Slant Magazine ha scritto che il film ha una “giocosità infantile” e che la tensione non è mai l’obiettivo. È un’osservazione corretta, ma per me è una condanna più che un elogio. Giocare a “far finta” non basta se non diventa esperienza cinematografica. Qui l’invisibilità è solo dichiarazione, filosofia da brochure.

Il suono come unico appiglio

L’unico elemento che resiste è il suono. La colonna sonora di Giorgi Koberidze, fratello del regista, è davvero di qualità. Lo stesso autore ha dichiarato che la musica lo ha aiutato a costruire la drammaturgia, e si sente. È l’unico appiglio, l’unico spazio in cui si avverte una vera densità. Ma quando la miglior cosa che si può dire di un film è che “ha una bella colonna sonora”, è chiaro che il film non regge. A questo punto tanto valeva pubblicare direttamente un album, senza costringere lo spettatore a tre ore di immagini sfocate e prive di tensione.

Voci della critica tra entusiasmo e stroncature

La ricezione critica conferma la spaccatura. Cineuropa parla di “persone e luoghi che diventano uno” e definisce il film un road trip gentile nella campagna georgiana. Taxi Drivers lo descrive come “cinema delicato e sospeso”. OutNow lo celebra come “perla da festival”, nonostante ammetta la pessima qualità visiva. Ma Cinematografo stronca senza mezzi termini, definendolo un “tentativo di road-movie minimale che frana in incoerenza”. Filmmaker Magazine ne esalta i piaceri “chimici” ma riconosce che la trama è inconsistente. Io mi colloco decisamente nel campo della stroncatura. Tutti gli elogi mi sembrano basati non sull’effetto del film ma sull’idea di ciò che vorrebbe essere. Si confonde la coerenza di un progetto con la sua riuscita, il coraggio di un’estetica insolita con la capacità di tradurla in esperienza concreta.

Conclusione: il vuoto spacciato per profondità

Alla fine il verdetto è chiaro. Dry Leaf è un film che scambia il vuoto per profondità, la sfocatura per poesia, la ripetizione ossessiva per metafora. È un’opera che si esaurisce nelle proprie intenzioni e che non mantiene mai ciò che promette. La menzione speciale a Locarno non è prova del suo valore, ma del bisogno dei festival di avere opere divisive da mostrare come trofei di radicalità. Non basta evocare l’invisibile per farne cinema, non basta dichiarare un’estetica per trasformarla in linguaggio. Quello che resta è un film estenuante, sopravvalutato, che rappresenta uno dei casi più lampanti di autoindulgenza del cinema da festival negli ultimi anni.

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