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  • La città proibita: Mainetti azzecca la spettacolarità, ma il richiamo resta sfumato

Un film d’azione-pop che diverte ma non lascia il segno

Il miscuglio di generi come punto di forza

Mainetti torna con un film che oserei definire un caleidoscopio di generi: arti marziali, gangster movie, dramma familiare, ambientazione romana multiculturale. L’effetto è sorprendente. Lo spettacolo visivo funziona, le sequenze di combattimento sono coreografate con energia e precisione, e la fusione tra oriente e occidente, tra cucina, tradizione, quartieri popolari e mondi criminali crea un contrasto che sceglie di non essere banale. Si percepisce che ogni dettaglio – dai dialoghi al design del ristorante, dal confronto culturale ai riferimenti estetici – è stato pensato con cura. Non tutto però raggiunge l’eccellenza: qualche momento rallenta, certe sotto-trame restano appena abbozzate, e pur con tanta azione il film non sempre trova il suo centro riconoscibile.

Le interpretazioni: alcune riescono, altre meno

Tra i punti che convincono c’è la protagonista Mei (interpretata da Yaxi Liu), capace di dare corpo a un personaggio forte: combattiva, vulnerabile, legata tanto alla sorella quanto alle proprie radici culturali. Marco Giallini e Sabrina Ferilli offrono momenti autentici: Giallini, nei panni di Annibale, alterna brutalità e malinconia, Ferilli aggiunge calore e umanità. Tuttavia non tutti i personaggi sono allo stesso livello: alcune figure secondarie rimangono piatte, con motivazioni poco chiare. L’insieme resta godibile, ma manca quell’unità che avrebbe potuto amplificare la forza del racconto.

Estetica, ritmo e visione: grande respiro ma qualche sbavatura

L’impatto visivo è uno dei maggiori pregi: Roma diventa uno scenario inedito, contaminato da suggestioni orientali che arricchiscono la città di nuovi significati. Le coreografie dei combattimenti sono spettacolari, con un realismo fisico che dà credibilità anche alle sequenze più eccessive. La colonna sonora accompagna con energia, contribuendo all’atmosfera pop. Tuttavia il ritmo non è sempre saldo: alcune sequenze risultano troppo dilatate, mentre altre corrono senza lasciare il tempo di sedimentare. Ne nasce un’opera ambiziosa, ma meno incisiva di quanto avrebbe potuto essere.

Dispiacere per promozione affrettata e sottotono

Pur con tutto ciò che funziona, resta il dispiacere per una campagna promozionale poco incisiva. Il lancio è sembrato affrettato e sottotono, privo di quell’impatto che avrebbe potuto trasformare La città proibita in un evento cinematografico. È come se la comunicazione non avesse creduto fino in fondo nel film, e questo ne ha limitato l’eco tra il pubblico generalista.

Dopo Jeeg Robot e Freaks Out: ancora un passo incompleto

Il percorso di Mainetti è straordinario e unico nel panorama italiano. Con Lo chiamavano Jeeg Robot aveva stupito pubblico e critica, consegnando al nostro cinema un cult istantaneo. Con Freaks Out aveva alzato l’asticella, realizzando un’opera mastodontica e ambiziosa, pur non esente da difetti. La città proibita, pur divertente e spettacolare, non sembra ancora il film capace di consacrarlo nell’Olimpo che meriterebbe. È un titolo riuscito, ma resta nella memoria più come un passo intermedio che come l’approdo definitivo.

Conclusione: un’occasione riuscita ma non epocale

La città proibita diverte, emoziona e conferma il talento di Gabriele Mainetti come artigiano del cinema spettacolare. Tuttavia non riesce a lasciare il segno quanto dovrebbe. È un film che merita la visione, che testimonia coraggio e originalità, ma che non si trasforma in quell’opera epica capace di consacrare definitivamente il regista. Resta un tassello importante, con la sensazione che il meglio di Mainetti debba ancora arrivare.

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