Troppa ambizione visiva, troppo poco centro narrativo
L’idea alla base di The Brutalist è tanto potente quanto universale. Raccontare la vita di László Tóth, architetto ebreo-ungherese sopravvissuto all’Olocausto, significa affrontare temi come il trauma, la memoria, la ricerca di un’identità e la difficile integrazione in un mondo nuovo. Il suo arrivo negli Stati Uniti porta con sé il fascino del sogno americano. La possibilità di rinascere e di trasformare il dolore in creazione artistica. Tuttavia, nonostante la forza di questo punto di partenza, la sceneggiatura di Brady Corbet si perde in un mosaico narrativo che fatica a trovare un filo conduttore. Il film accumula episodi, frammenti di vita, riflessioni esistenziali e digressioni estetiche. Raramente però riesce a farli dialogare in maniera coerente. Lo spettatore resta incastrato in una narrazione che sembra oscillare continuamente tra la cronaca intima e l’epopea storica. Tuttavia, non viene mai deciso quale sia la vera direzione da intraprendere.
Adrien Brody e il cast: un talento lasciato senza bussola
Adrien Brody si carica sulle spalle l’intero peso del film. Offre un’interpretazione intensa, fatta di silenzi prolungati, sguardi profondi e momenti di rottura improvvisa. Il suo László è un uomo diviso tra orgoglio e disperazione Il desiderio di lasciare un segno attraverso l’arte fatica a dare spazio alla necessità di sopravvivere in un mondo che non gli concede tregua. Brody riesce a trasmettere la solitudine e la frustrazione di un uomo che vuole costruire e al tempo stesso custodire un passato doloroso. Purtroppo la sua performance, pur convincente, viene diluita da una scrittura dispersiva. Soprattutto, viene fagocitata da una durata eccessiva che impedisce al personaggio di emergere in tutta la sua forza. Attorno a lui orbitano Felicity Jones, Guy Pearce e Joe Alwyn, interpreti di qualità che però restano confinati in ruoli troppo marginali o schematici. Nessuno di loro riesce davvero a incidere, e così il film si regge interamente sul carisma di Brody, ma senza una bussola narrativa in grado di guidarlo verso una meta chiara.
Estetica e stile: monumentale ma soffocante
Corbet punta tutto sull’impatto visivo e sceglie il formato VistaVision, imponendo uno stile grandioso che richiama la monumentalità dell’architettura brutalista. Gli edifici, i materiali, il cemento, il vetro e gli spazi vuoti sono filmati con una cura maniacale, e ogni inquadratura sembra voler trasformare l’immagine in un’opera d’arte a sé stante. Il risultato, almeno a livello estetico, è di grande suggestione: alcune sequenze rimangono negli occhi per la loro potenza visiva e per l’uso sapiente della luce e delle geometrie. Tuttavia questa ricerca di perfezione visiva diventa presto un’arma a doppio taglio. L’immagine, invece di sostenere il racconto, finisce per dominarlo. Scene che dovrebbero trasmettere tensione emotiva o sviluppare un conflitto narrativo vengono allungate all’infinito, trasformandosi in esercizi di stile privi di urgenza drammatica. Lo spettatore ammira la bellezza del quadro ma fatica a sentirne il senso. La forma si impone sulla sostanza, e ciò che resta è un’impressione di freddezza che distanzia invece di coinvolgere.
Temi evocati ma mai approfonditi
Uno dei grandi limiti di The Brutalist è la sua incapacità di dare profondità ai temi che evoca. La memoria dell’Olocausto, il peso del trauma, la possibilità di rinascere in una nuova terra, i compromessi morali che l’artista deve accettare per vedere realizzata la propria visione: tutti elementi enormi, densi, capaci di generare un dramma dirompente. Eppure, nel film, questi spunti rimangono quasi sempre in superficie. Corbet sembra più interessato a suggerire atmosfere che a sviluppare conflitti concreti. Il sogno americano si intravede come un miraggio, ma non viene mai analizzato fino in fondo. La memoria storica diventa cornice, non materia viva. L’arte e l’architettura sono trattate come simboli, ma raramente come strumenti narrativi capaci di portare avanti il percorso del protagonista. Si ha la sensazione che ogni volta che il film potrebbe addentrarsi in profondità, scelga invece di fermarsi a un livello più estetico e contemplativo, lasciando lo spettatore con l’amaro in bocca.
Una durata che pesa come un macigno
Con i suoi 215 minuti, The Brutalist diventa un’esperienza estenuante. Molte scene si ripetono, altre si allungano senza motivo. La seconda parte perde tensione e si dilata in digressioni. Di conseguenza, ciò che poteva essere un dramma incisivo si trasforma in una maratona frustrante. La lunghezza non aggiunge complessità, ma svuota di significato i momenti più intensi.
Conclusione: un’occasione mancata
The Brutalist nasce con ambizioni enormi. Vuole essere un monumento visivo e un racconto epico sul dopoguerra. In realtà si perde tra estetica imponente e narrazione frammentata. Brody offre una prova intensa, ma resta intrappolato in una struttura che non sa scegliere la propria direzione. Alla fine resta un film che impressiona l’occhio, ma non tocca il cuore. È un’occasione mancata, soffocata dal suo stesso peso.


