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  • Un simple accident: Jafar Panahi e il coraggio fragile del cinema sotto dittatura

Dopo anni di detenzione e di cinema clandestino, Jafar Panahi torna con Un simple accident, film applaudito a Cannes e poi presentato al Locarno Film Festival. L’opera nasce dal bisogno vitale di continuare a fare cinema. Durante la conferenza stampa, il regista ha spiegato come il termine “coraggio” sia fuorviante: non è eroismo, ma pura necessità. Senza filmare, dice, smette di vivere.

L’idea è maturata sette-otto mesi dopo l’uscita dal carcere, quando i racconti ascoltati da altri detenuti hanno iniziato a trasformarsi in materiale narrativo. Per questo motivo, il film è costruito come un mosaico di testimonianze. Al centro resta una domanda essenziale: cosa accadrà quando il regime cadrà? Continueremo con la stessa violenza o avremo la forza di scegliere una strada nuova?

Lo stile registico: lunghi piani e spazi di parola

Uno degli aspetti più discussi riguarda un piano sequenza di tredici minuti. In quella scena un prigioniero, fino a quel momento relegato in silenzio, prende finalmente la parola. Panahi ha chiarito che ogni personaggio riceve uno spazio di ascolto, ma qui l’urgenza era restituire dignità a chi non l’aveva avuta.

Questa scelta non è casuale. Infatti, il regista sostiene che ciò che resta fuori campo può essere persino più potente di ciò che lo spettatore vede. Per questo motivo la durata non è un difetto, ma un modo per immergere il pubblico nella verità di un momento estremo.

La dimensione politica: dittature, catastrofi e repressione

A Locarno, Panahi ha parlato della stretta repressiva in Iran, aggravata da bombardamenti e tensioni internazionali. Secondo il regista, le dittature cercano sempre catastrofi per giustificare maggiore censura ed esecuzioni. Un simple accident nasce proprio in questo contesto. Non racconta soltanto la fine di un regime, ma riflette su ciò che può venire dopo. Dunque, la questione non è se cadrà, ma come la società reagirà al suo crollo.

Un film segnato dalla prigionia

L’esperienza in carcere ha avuto un peso decisivo. Panahi ha spiegato che nell’Evìn Prison ha conosciuto persone che hanno contribuito direttamente alla scrittura, fornendo dialoghi e intuizioni. Il suo collaboratore più stretto, purtroppo, è stato nuovamente arrestato dopo le riprese. Questo fatto dimostra come la repressione colpisca ancora oggi intellettuali e artisti. Tuttavia, il regista sottolinea che proprio la prigione diventa, paradossalmente, una fonte di storie e di urgenze creative.

Temi principali: memoria, responsabilità, futuro

Il film è molto più di una denuncia politica. È anche un esercizio di immaginazione morale. Panahi interroga il presente, ma al tempo stesso guarda avanti. La domanda che attraversa Un simple accident è chiara: come evitare che il ciclo della violenza si ripeta?

Il linguaggio scelto è sobrio e privo di retorica. Inoltre, l’ascolto diventa lo strumento principale di resistenza. Lo spettatore, di conseguenza, è invitato a chiedersi che ruolo avrebbe in una società chiamata a ricostruirsi dalle macerie.

Pregi e limiti

Un simple accident colpisce per la sua sincerità e per la forza di trasformare il dolore in cinema. La durata dei piani e la ripetizione di alcune dinamiche possono risultare impegnative. Tuttavia, queste scelte sono coerenti con l’intento di Panahi: non intrattenere, ma scuotere. In questo modo il film resta fedele a una visione etica del cinema.

Conclusione: perché vederlo

Il nuovo lavoro di Jafar Panahi, passato a Cannes e Locarno, è un atto di resistenza. Non offre risposte semplici, ma apre domande necessarie. Guardarlo significa condividere un frammento di verità, dare voce a chi rischia di essere silenziato e comprendere come il cinema, anche nelle condizioni più difficili, possa ancora essere un atto di sopravvivenza.

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