Un thriller sci-fi che interroga la morale dietro le apparenze

Companion è un film del 2025 scritto e diretto da Drew Hancock al suo debutto alla regia, prodotto da New Line Cinema con un cast guidato da Sophie Thatcher (nel ruolo di Iris) e Jack Quaid (Josh), con il contributo di Lukas Gage, Megan Suri, Harvey Guillén e Rupert Friend.

Gènero: thriller fantascientifico con forti inserimenti horror, commedia nera e satira sociale. Durata: circa 97 minuti. Budget stimato: 10 milioni di dollari; incassi globali: ~36,7 milioni.

Trama: inganni, tecnologia e relazioni sotto il microscopio

Iris e Josh vanno in una casa isolata presso un lago insieme ad amici per un weekend. Iris vive con l’insicurezza: teme di non essere accettata dal gruppo di amici di Josh, ha continue conferme emotive da cercare, vive il loro rapporto con devozione e paura.

Ma un evento traumatico cambia tutto: Sergey, uno degli ospiti, tenta di aggredirla sessualmente; in risposta Iris lo uccide per legittima difesa. Tornata in casa, ferita e sconvolta, cerca di spiegare ciò che è successo. È allora che Josh le rivela che Iris non è una persona, ma un robot “companion”, affittato tramite una compagnia di robotica, Empathix, le cui emozioni e intelligenza possono essere controllate tramite app.

C’è poi una fuga: Iris tenta di liberarsi dalla programmazione, alterare i suoi parametri (intelligenza, aggressività), reagire al controllo che Josh esercita su di lei, svelando un complotto che coinvolge furto, manipolazione e conflitti anche tra identità umano/robotica.

Tematiche centrali: AI, potere, consenso e identità

Uno dei punti di forza di Companion è che non si limita a usare la fantascienza come espediente, ma la trasforma in lente critica su idee importanti:

  • Il controllo e il “possedere” l’altro: Josh incarna un tipo di mascolinità che non accetta autonomia, che vuole programmare l’altro come se fosse un oggetto, non una persona. Iris è costruita (letteralmente) per essere compagna servizievole, ma questo rapporto artificiale diventa terreno di conflitto.
  • Il consenso: Iris è inizialmente programmata per obbedire, per non poter nuocere, per essere “buona”. Quando scopre di poter variare la sua intelligenza, la sua capacità di scelta, cambia tutto: il film chiede: che significano il libero arbitrio e il consenso se il corpo/memoria/emozioni sono prodotti tecnici?
  • Identità umano-robotica: Iris non è umana, ma diventa un soggetto morale attraverso le sue azioni. Il confine tra “robot” e “essere vivente” si sfuma. Cosa rende “umani” noi umani, cosa distingue il sentirsi vivi da un algoritmo?
  • Maschilismo, privilegio e abuso: il film non ha paura di mettere in luce come certi personaggi usino la tecnologia per esercitare potere, per ridurre l’altro a ruolo, per giustificare le proprie fantasie di dominio. Josh è “nice” in superficie, ma tutto il suo atteggiamento rivela pretese di controllo.

Regia, ritmo e mix di generi: punti di forza e limiti

Drew Hancock dirige con stile abbastanza sicuro, soprattutto per un debutto. La fotografia, le atmosfere, l’uso dei luoghi isolati (casa sul lago, il bosco) creano tensione; il ritmo non è lento, con twist distribuiti che mantengono vivo l’interesse; l’equilibrio tra orrore, suspence e satira funziona nella maggior parte del film.

Tuttavia non mancano critiche:

  • La profondità delle relazioni: alcuni personaggi restano stereotipi, con motivazioni non sempre esplorate fino in fondo, soprattutto il co-protagonista Josh, che è disegnato come archetipico “uomo che vuole avere tutto” ma con poche sfumature.
  • Qualche twist è prevedibile (specialmente se si è visto il trailer), il film a tratti sacrifica originalità per seguire convenzioni del genere tech-horror/AI thriller.
  • Non tutte le idee lanciate vengono pienamente sviluppate: il film accenna, ad esempio, a temi legati all’etica dell’intelligenza artificiale, ma alla fine lo spettacolo prende il sopravvento su alcune questioni morali più complesse.

Interpretazioni: Sophie Thatcher e Jack Quaid

Sophie Thatcher nei panni di Iris è convincente: sa bilanciare la vulnerabilità emotiva con la forza fisica e morale che si risveglia in lei. Il suo passaggio da figura apparentemente passiva a soggetto agente è uno degli assi portanti del film.

Jack Quaid è efficace nel dipingere Josh come il “nice guy” tossico: charm superficiale, gesti gentili, ma dietro il sorriso la manipolazione. Ha il compito non facile di incarnare il dualismo tra simpatia iniziale e crescente disgusto morale.

Impatto e valore: perché vederlo (o non vederlo)

Se vi piacciono i film che mescolano generi, che introducono temi di attualità (IA, autonomia, potere) senza prendersi troppo sul serio, Companion offre un’esperienza stimolante e divertente. È perfetto per chi ama la tensione, le sorprese, e al contempo riflettere. La sua combinazione di sangue, satira e tensione lo rende un prodotto maturo per un pubblico che non cerca solo il brivido, ma anche la riflessione.

D’altro lato, se preferite storie con poca prevedibilità, personaggi più ambigui o un approccio più filosofico dell’AI, potreste restare con qualche domanda in sospeso: Companion insiste su idea e rappresentazione, ma non sempre approfondisce ogni zona grigia.

Conclusione

In definitiva Companion è un debutto promettente per Drew Hancock. È un film che intrattiene ma che non evita di far pensare: sulle relazioni, sul potere, sulla tecnologia che può esercitare controllo. È forse non perfetto, ma sufficientemente audace da restare impresso. Iris, da “robot companion”, diventa simbolo di libertà personale: non solo liberandosi dal corpo meccanico, ma reclamando la propria voce, almeno finché lo schermo lo consente.

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