Sho Miyake adatta Tsuge e porta la malinconia del manga nel cuore del cinema contemporaneo

Un Pardo d’Oro che guarda alle stagioni dell’anima

Alla 78ª edizione del Locarno Film Festival, Two Seasons, Two Strangers del regista giapponese Sho Miyake ha sorpreso pubblico e critica, conquistando il Pardo d’Oro. Non si tratta soltanto di un riconoscimento prestigioso, ma della consacrazione internazionale di un’opera che intreccia poesia visiva, introspezione e memoria culturale. Il film nasce da un adattamento molto particolare: due racconti manga di Yoshiharu Tsuge, autore di culto negli anni Sessanta, tra i più influenti della tradizione “gekiga”, capaci di trasmettere inquietudine e mistero con segni semplici e atmosfere rarefatte.

L’idea di Miyake è quella di portare al cinema non solo la trama dei manga, ma la loro essenza, quel senso di sospensione e malinconia che definisce tanto Tsuge quanto un certo cinema giapponese contemporaneo. In questo senso, il film non è mera trasposizione, ma traduzione poetica: una ricerca di purezza espressiva, di corrispondenze sensoriali tra carta e pellicola.

Le due stagioni, due storie, due modi di sentire

Il film è costruito come un dittico. La parte estiva, calda e vibrante, segue Nagisa (interpretata da Yumi Kawai) in un incontro apparentemente effimero, fatto di fughe e desideri sospesi. L’inverno, invece, appartiene a Li, sceneggiatrice coreana che attraversa paesaggi innevati e incontra figure solitarie, tra cui Benzo (Shinichi Tsutsumi), uomo segnato dal tempo e dalla solitudine.

L’estate porta con sé un senso di vitalità fragile, fatta di attimi che sembrano destinati a dissolversi. L’inverno, invece, amplifica la malinconia e diventa terreno per la riflessione creativa. Questa divisione stagionale non è solo sfondo narrativo, ma metafora del percorso interiore dei personaggi, oscillanti tra il desiderio di connessione e la certezza della distanza.

Il valore dello sguardo straniero

Una delle scelte più discusse, e più affascinanti, riguarda la protagonista della seconda parte: una sceneggiatrice coreana che osserva il Giappone dall’esterno. Miyake ha spiegato in conferenza stampa che il suo intento era duplice. Da un lato, voleva lavorare con un’attrice che ammirava profondamente; dall’altro, introdurre nel film la prospettiva del “forestiero”, capace di vedere le cose con occhi diversi.

Attraverso questa scelta, il film acquisisce un livello meta-cinematografico: il personaggio di Li osserva il mondo come un regista osserva la realtà attraverso la macchina da presa. Lo sguardo straniero diventa così specchio dello sguardo cinematografico stesso, capace di trasformare ciò che è quotidiano in qualcosa di estraneo, poetico, nuovo.

Il peso della malinconia e la forza della sincerità

Molti critici hanno sottolineato come i personaggi maschili abbiano un ruolo sorprendente. Non semplici figure di contorno, ma presenze complesse, portatrici di difficoltà concrete (povertà, assenza familiare) ed esistenziali (dubbi sul senso della vita). Miyake li descrive come uomini che non riescono a nascondere le proprie ferite, capaci di una sincerità che li rende vulnerabili ma anche veri.

Il film diventa così un mosaico di solitudini che si sfiorano: donne e uomini che vivono la propria malinconia non come sconfitta, ma come possibilità di incontro, anche se fragile e temporaneo.

Una regia che dialoga con Hamaguchi e con la storia del cinema

Sho Miyake ha dichiarato di essere amico e coetaneo di Ryūsuke Hamaguchi, regista di Drive My Car e Evil Does Not Exist. Pur avendo stili diversi, i due condividono l’interesse per l’essenza del cinema, per la sua capacità di catturare il tempo, i silenzi, gli interstizi dell’esistenza.

Two Seasons, Two Strangers non ignora la tradizione cinematografica giapponese, ma la attraversa con sguardo personale. Il ritmo lento, la costruzione di atmosfere dilatate, la ricerca di dettagli minimi — un bicchiere che si appanna, il rumore dei passi nella neve, la luce di un tramonto estivo — sono tutti elementi che restituiscono al cinema la sua forza primaria: quella di osservare e farci osservare.

Il riscontro della critica internazionale

La stampa internazionale ha accolto il film con entusiasmo. Molti hanno lodato la fotografia e la capacità di rendere tangibili i cambiamenti climatici come specchio delle emozioni. The Film Stage lo ha definito “breathtakingly gorgeous”, sottolineando come la bellezza visiva sia inseparabile dalla malinconia che permea la storia.

Altri recensori, come Asian Movie Pulse, hanno elogiato l’interpretazione di Shim Eun-kyung, considerata una delle più convincenti dell’anno. Alcune voci più critiche, come quelle di Journey Into Cinema, hanno notato che la parte estiva può risultare prevedibile nelle dinamiche sentimentali, mentre OutNow ha parlato di un ritmo forse eccessivamente dilatato per chi cerca conflitto più esplicito. Tuttavia, per la maggior parte della stampa, la lentezza è la chiave che permette al film di respirare e di lasciare il segno.

Perché ha vinto a Locarno

Il trionfo di Two Seasons, Two Strangers al Festival di Locarno non è soltanto il riconoscimento di un buon film, ma la consacrazione di un progetto che si è distinto per coerenza artistica e profondità emotiva. Il merito di Sho Miyake è stato innanzitutto quello di affrontare un materiale di partenza complesso, due manga di culto di Yoshiharu Tsuge, e di trasformarlo in cinema senza cadere nella tentazione di una semplice trasposizione. Lungi dall’essere un’illustrazione animata, il film diventa un dialogo vivo con le atmosfere e le inquietudini dell’autore giapponese, trovando nella lingua cinematografica un corrispettivo alla sua radicale libertà narrativa.

La giuria ha probabilmente riconosciuto anche la capacità del regista di raccontare la solitudine e la fragilità umana con autenticità, scegliendo di costruire un’opera che respira nei silenzi, nelle pause, nei gesti minimi. Non si tratta di un film gridato, ma di un racconto intimo che trova forza nella delicatezza, e che riesce a restituire allo spettatore un’esperienza di immedesimazione rara.

Fondamentale è anche la dimensione visiva: Two Seasons, Two Strangers è un film che rimane impresso per la sua bellezza fotografica, per l’uso delle stagioni come specchio delle emozioni, per la capacità di rendere tangibile l’aria salmastra dell’estate e il gelo bianco dell’inverno. In questo senso, l’opera non è solo un adattamento fedele a Tsuge, ma anche un film che si fa esperienza sensoriale.

Infine, la scelta di introdurre una protagonista coreana, straniera in Giappone, aggiunge un ulteriore livello di attualità. Lo sguardo dell’altro, di chi osserva da fuori, diventa metafora della condizione contemporanea, in cui l’identità si definisce anche attraverso il confronto e la distanza. È un tema che risuona con forza nel nostro tempo, e che rende il film non soltanto un omaggio al passato, ma un’opera radicata nel presente.

Un film per gli spettatori italiani

Per il pubblico italiano, Two Seasons, Two Strangers può diventare un punto di accesso a un certo cinema giapponese d’autore che dialoga con il manga, ma anche con i grandi autori contemporanei. È un film da scoprire nelle sale d’essai e nei festival, un’opera che chiede tempo e attenzione, ma che ricompensa con immagini che restano, con pensieri che continuano a risuonare. Rimane solo da attendere la data italiana per la distribuzione nelle nostre sale.

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