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  • Dracula – L’amore perduto: il mito riscritto da Luc Besson

Tra scenografie monumentali e incoerenze narrative, il Dracula di Besson perde sangue

Con Dracula – L’amore perduto, Luc Besson rilegge il mito del vampiro con una libertà estrema. Firma un film sontuoso, visivamente ipnotico ma narrativamente incerto.
Uscito nelle sale italiane il 29 ottobre 2025, il film è ambientato tra la Valacchia quattrocentesca e una Parigi fin de siècle reinventata. Qui il Dracula di Caleb Landry Jones vaga alla ricerca dell’amore perduto di Elisabeta, reincarnata in Mina (interpretata da Zoë Bleu).
È, dichiaratamente, un racconto sull’ossessione e sulla memoria, non sull’orrore. Ma questa scelta — per quanto legittima — trasforma il vampiro più celebre della letteratura in una figura malinconica e dolente, disinnescandone i tratti gotici e orrorifici.

Un Dracula romantico fino all’eccesso

È giusto che Besson rilegga il mito di Dracula a modo suo. È normale, quasi inevitabile, che si prenda delle licenze. Tuttavia, queste libertà diventano una fuga costante dal cuore del mito.
Il suo Dracula è più vicino a un eroe tragico di un’opera romantica che a una creatura maledetta. Il film si muove tra Bram Stoker’s Dracula e Profumo di Patrick Süskind. L’elemento del profumo diventa il fulcro della storia, l’essenza che lega il vampiro alle sue vittime. Accanto al morso simbolico, si aggiunge la fascinazione olfattiva. È un’idea valida, ma presto perde coesione e, in certi momenti, assume persino toni involontariamente comici.

Besson costruisce un mondo visivo impeccabile, un universo barocco popolato di comparse curate al dettaglio, di costumi pop e di scenografie straordinarie. Tuttavia, le regole di questo mondo vengono spesso tradite. Ciò che viene affermato in una scena viene smentito poco dopo. Le verità narrative si contraddicono e il film finisce per minare la propria credibilità.

Alla base di tutto, però, c’è un’intuizione potente: Dracula è immortale non perché è un mostro, ma perché non sa elaborare il lutto. È un’anima che rifiuta la fine e, incapace di accettare la perdita, sceglie l’eternità come forma di attesa.
Da secoli vaga nel tempo aspettando la reincarnazione di Elisabeta, l’unico amore che gli abbia dato un senso. In questo modo, la sua immortalità non è un privilegio, ma una condanna: una sopravvivenza che diventa ossessione, un dolore che non guarisce mai.
Per Besson, l’eternità non è il dono del vampiro, ma la malattia dell’uomo che non riesce a lasciar andare ciò che ama.

Il risultato è un’opera magnifica da guardare, ma che lascia dietro di sé molti interrogativi.

Quando la forma divora la sostanza

Dracula – L’amore perduto è un film che vive di immagini, non di drammaturgia. Ogni sequenza è costruita come un quadro. Ogni movimento di macchina appare più interessato alla composizione che al significato. Besson orchestra la messa in scena con una precisione maniacale. Tuttavia, dietro la magnificenza visiva c’è una narrazione che si sfalda.

La storia procede per intuizioni e suggestioni, senza mai assumere una vera urgenza. I passaggi di tempo e di luogo si susseguono come in un sogno, ma senza coerenza. Più che fluire, il film fluttua. Spesso lo spettatore resta incantato dall’immagine, ma smarrisce il senso di ciò che vede. Le scene, splendide ma isolate, non riescono a costruire un percorso emotivo continuo.

È come se Besson, da sempre ossessionato dal controllo visivo, qui avesse perso il controllo narrativo. Il film ha ritmo, ma non direzione; energia, ma non progressione.
La musica di Danny Elfman, maestosa e incessante, accompagna il film come una sinfonia opulenta che, a tratti, finisce per soffocare gli interpreti. Ciò che dovrebbe commuovere, viene assorbito dall’estetica.

Il risultato è paradossale: Dracula – L’amore perduto è un film in cui tutto funziona tecnicamente — tranne il film stesso. L’immagine divora il racconto, la forma assorbe la sostanza. Il mito del vampiro si trasforma in una sequenza di tableaux vivants, bellissimi ma privi di sangue.

Gli attori: luci e ombre

Nel cast spicca Caleb Landry Jones, il solo davvero credibile in questo universo iperestetizzato. Il suo Dracula è un vampiro riscritto, ma riuscito: nervoso, fragile, affascinante e mai caricaturale. È una creatura che sente il peso della vita eterna più che il potere del male, e questa scelta lo rende intenso e coerente.

Diverso il discorso per Zoë Bleu, che nel doppio ruolo di Mina ed Elisabeta risulta il punto più debole del film. Non regge la complessità del personaggio e non trasmette la densità tragica che dovrebbe unire le due incarnazioni. L’estetica di Besson, ingombrante, la riduce a simbolo più che a presenza viva.

Matilda De Angelis, invece, sorprende. La sua Maria de Montebello — una donna corrotta da Vlad, vivace, folle, dominata da appetiti e libertà — è il personaggio più vitale del film. È l’unico elemento che respira davvero e che sembra divertirsi nel caos visivo di Besson.
Jonathan Harker, al contrario, è un personaggio completamente decentrato. Scritto senza convinzione, appare come un’eco lontana del romanzo di Stoker. È il più inutile nella struttura narrativa, ma anche l’unico ponte diretto col mito originario.

Christoph Waltz, il Van Helsing diviso tra scienza e fede

Tra le figure di contorno, Christoph Waltz offre l’interpretazione più interessante. È un Van Helsing riscritto, lontano dal cacciatore puro: un uomo combattuto tra la razionalità della scienza e l’inquietudine della fede.
La sua missione non è distruggere il vampiro, ma comprenderlo, convinto che nel suo sangue si nasconda un mistero più grande — biologico e spirituale insieme.

Besson costruisce attorno a lui una duplicazione simbolica: l’altra metà del personaggio è il medico dell’ospedale, Dumont (interpretato da Guillaume de Tonquédec).
Il primo cerca di salvare l’anima, il secondo di comprendere la materia. Entrambi osservano Dracula con lo stesso sguardo, quello dell’uomo che vuole spiegare l’inspiegabile.

Waltz interpreta la parte con equilibrio e ironia, conferendo al personaggio una profondità che evita la caricatura. È un antagonista lucido, portatore di dubbio teologico e razionale, sospeso — come tutto il film — tra fede e scienza, senza credere fino in fondo a nessuna delle due.

Pregi: un’estetica pop e maniacale

L’unico vero punto di forza del film è l’occhio di Besson. Le scenografie, curate fino all’ossessione, sono ricche di comparse, oggetti e texture. Ogni ambiente ha la precisione del teatro e la profondità del digitale.
Il mondo che ne emerge è visivamente coerente, soprattutto nella Parigi onirica costruita come un ibrido tra Art Nouveau e incubo romantico.
C’è una gioia nel dettaglio che colpisce: la folla che si muove come in una coreografia, i costumi che raccontano la decadenza e l’eccesso. È il cinema come artificio, e Besson lo abbraccia con passione.

Difetti: un film che non crede alle proprie regole

Se l’estetica è impeccabile, la narrazione resta fragile. L’idea di un Dracula romantico poteva funzionare — e a tratti funziona — ma il film non trova mai un tono preciso.
Non è un horror, non è un mélo, non è un fantasy. È tutti e tre, e quindi nessuno.
Le regole del mondo che Besson costruisce vengono infrante dal suo stesso desiderio di riscrivere e arricchire il mito. Ogni equilibrio, appena trovato, viene spezzato da una trovata visiva o da un eccesso di regia.
Il risultato è un Dracula che seduce con gli occhi ma lascia indifferente il cuore.

Conclusione

Dracula – L’amore perduto è un film che vive di contrasti. Luc Besson rilegge il mito del vampiro e lo trasforma in una tragedia d’amore universale. Ma nel farlo toglie al mito ciò che lo rende eterno: l’ambiguità tra desiderio e dannazione.
Resta un film da vedere per la potenza delle immagini, per la performance di Caleb Landry Jones e per la ricchezza scenografica.
Sotto la superficie luminosa, però, rimane il sospetto che Dracula – L’amore perduto sia un film che non crede davvero alla storia che racconta.

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